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Fitoterapia e terapie alternative nella cura delle prostatiti croniche

Inviato il 29/11/04 ore 20:11 da aispep
Terapie
I sistemi di cura alternativi stanno acquistando sempre più interesse tra i pazienti affetti da sindromi prostatiche croniche. Purtroppo, la frequente mancanza di soddisfacenti risultati con l'uitlizzo di terapie tradizionali e la conseguente perdita di fiducia tra il medico e il paziente, spingono numerose persone a sperimentare terapie ritenute meno pericolose per la propria salute. Tuttavia, le terapie alternative vengono fatte oggetto di alcune critiche, tra cui la mancanza di una seria validazione scientifica. È comunque altrettanto vero che anche numerose terapie considerate tradizionali vengono spesso utilizzate senza avere dati certi sulla loro efficacia.

Tra i sistemi di cura alternativi la fitoterapia sta acquistando una notevole importanza in numerosi paesi europei e non, con una particolare diffusione soprattutto sul mercato nord americano. Negli Stati Uniti, il Congresso ha posto tali terapie fuori dal controllo del Federal Drug Administration, in quanto al momento non esistono prove sulla loro validità. Questo tipo di decisione ha avuto importanti conseguenze, quali una mancanza di controllo negli ingredienti di tali prodotti o l'utilizzo di etichette prive di senso tipo "favorisce la salute della prostata", che giocano un ruolo ingannevole sugli acquirenti. In questo modo risulta assai difficile capire quali benefici possano derivare da tali prodotti.

L'utilizzo di prodotti fitoterapici è molto comune in numerose patologie urologiche e i particolar modo nei disturbi a carico della prostata. Ad esempio, terapie a base di erbe con documentata efficacia nella cura dell'ipertrofia prostatica benigna (IPB) sono rappresentate dall'utilizzo della Serenoa repens, dell'Urtica dioica, e del Pygeum africanum. Per la preseneza di una certa correlazione tra i disturbi causati dall'IPB e quelli causati dalla prostatite, alcuni medici o fitoterapeuti tendono a consigliarne l'utilizzo anche in questa seconda patologia.

E' opinione comune che l'utilizzo di prodotti fitoterapici è assolutamente da scoraggiare nel caso delle prostatiti acute batteriche. Questa patologia, a chiara eziologia batterica, deve essere prontamente curata con un'opportuna terapia antibiotica per evitare gravi conseguenze. Nel caso delle prostatiti batteriche croniche la terapia antibiotica rimane sempre la principale scelta terapeutica. Tuttavia, a causa dei frequenti effetti collaterali causati dai prolungati periodi di cura con tali sostanze, alcuni prodotti naturali possono essere utilizzati a sostegno della terapia (sostanze probiotiche, yogurt, ecc.). Un certo interesse è stato rivolto all'utilizzo del succo di lampone che si riteneva riducesse l'aderenza dei batteri di Escherichia coli alle cellule uroepiteliali, anche se nessun dato ha mai confermato questa teoria; alcuni ricercatori ritengono invece che l'acidità del succo di lampone possa addirittura esacerbare i sntomi dolorosi. Un altro supplemento che è stato oggetto di forte discussione è lo zinco. La scoperta che i pazienti affetti da prostatite avevano bassi livelli di zinco nello sperma ha spinto numerosi medici a presecrivere l'assunzione di questo supplemento i tutti i tipi di prostatite. Purtroppo tale pratica si è dimostrata del tutto ingiustificata in quanto studi successivi hanno chiaramente dimostrato che l'elevata assunzione orale di questo elemento non modifica assolutamente la sua concentrazione all'interno del liquido seminale, mettendo quindi in forte discussione tale utilizzo.

Le sindromi prostatiche croniche (categoria 3a e 3b del NIH) sono invece quelle prostatiti dove i prodotti fitoterapici trovano un utilizzo maggiormente giustificato. Il Cernilton, un prodotto del polline delle api, viene spesso utilizzato nelle patologie prostatiche per i suoi presunti effetti antinfiammatori e antiandrogenici. Alcuni studi hanno dimostrato che in pazienti affetti da sindromi prostatiche, privi di particolari complicazioni (calcoli, sclerosi del collo, stenosi uretrali), l'assunzione di Cernilton produceva un miglioramento della sintomatologia, in particolar modo per quanto riguardava i parametri urinari. Altra sostanza di cui si è fatto un gran parlare è la quercetina, un bioflavonoide comunemente presente nel vino, nel tè verde e nell'aglio. Questa sostanza possiede una documentata attività antiossidante ed antinfiammatoria e inibisce la produzione di alcune citochine proinfiammatorie implicate nella patogenesi della CPPS. In un recente studio condotto con la tecnica del double blind (doppio cieco, cioè né il paziente né chi dovrà analizzare i dati sa quale terapia è stata somministrata) l'assunzione giornaliera di 500 mg di quercetina per un periodo di quattro settimane produceva un forte miglioramento della sintomatologia dei pazienti, in particolar modo in quelli che presentavano dati microbiologici negativi. Addirittura, la somministrazione del ProstaQ, noto prodotto a base di quercetina commercializzato negli Stati Uniti, dava luogo ad effetti ancora più marcati, probabilmente per la presenza all'interno del formulato di particolari enzimi digestivi in grado di aumentare l'assorbimento intestinale della quercetina. I meccanismi mediante i quali la quercetina esercita i suoi effetti benefici possono essere ricollegati alle sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e anche ad una debole attività antibicrobica.

Altro prodotto fitoterapico testato nella cura delle sindromi pelvico prostatiche è la Serenoa repens, farmaco da tempo largamente utilizzato nella cura dell'ipertrofia prostatica benigna. Un recente studio condotto negli Stati Uniti ha però evidenziato che la somministrazione di estratti di Serenoa a pazienti affetti da CPPS produceva un miglioramento sintomatologico identico a quello ottenuto con la somministrazione di un placebo, mettendo fortemente in discussione l'utilizzo di questa sostanza nella cura della CPPS.

Un discorso a parte merita la medicina tradizionale cinese che sta sempre più facendosi largo nel panorama delle terapie alternative, sia con preparati a base di erbe che con l'agopuntura. Purtroppo è estremamente difficile dare un giudizio sui dati pubblicati, in quanto molto spesso gli abstract scritti in lingua inglese non usano una terminologia corretta, risultando spesso poco chiari e privi di criteri di studio rigorosi. L'agopuntura è sicuramente una delle più famose tecniche della medicina tradizionale cinese ed è forse una delle più vecchie terapie neuromudulatorie disponibili. Nel 1979, il World Health Organization (Organizzazione Mondiale della Sanità) incoraggiava i ricercatori a studiare attentamente questa pratica, valutandone le possibili applicazioni; tuttavia tale raccomandazione non è mai stata raccolta dalla comunità urologica internazionale. Comunque, nel 1996, il Food and Drug Admistration degli Stati Uniti tolse l'agopuntura dall'elenco delle tecniche mediche sperimentali e ne favorì l'applicazione in un elevato numero di patologie. Nel 2003 alcuni ricercatori americani hanno pubblicato i risultati di un lavoro sull'utilizzo dell'agopuntura nella cura della CPPS, indicando degli incoraggianti risultati. Si spera quindi che con il crescente interesse verso la medicina tradizionale cinese si possa giungere, a seguito di rigorosi studi, a dei risultati più chiari.

Un'altra terapia alternativa nella cura delle sindromi dolorose del plesso pelvico è il biofeedback, una terapia in parte fisica e in parte mentale utilizzata nei pazienti che presentano problemi di spasmo perineale o di pseudodissinergia. Tale pratica si base sull'aquisizione di tecniche per la contrazione e la decontrazione rapida della muscolatura pelvica, dove la fase di rilassamento consiste in una specie di stato meditativo compreso tra una fase di contrazione e quella successiva. Al biofeedback vengono spesso associati anche esercizi di riabilitazione del pavimento pelvico e/o massaggio rettale per distendere la muscolatura ed individuare possibili trigger points, ovvero punti della muscolatura che possono dar luogo alla sintomatologia dolorosa.


 
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