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Il punto di vista del ginecologo: Vulvovaginiti e correlazioni con la prostatite

Inviato il 16/03/06 ore 21:03 da aispep
Eziologia
Dott.ssa Elisabetta Massa
Ambulatorio Territoriale di Ginecologia, A.O. ICP di Milano


Le infezioni vulvovaginali rappresentano la causa più frequente di consultazione ginecologica. Si tratta di patologia non grave ma che merita attenzione sia per la frequenza delle forme recidivanti sia per le possibili complicanze, alcune delle quali di particolare rilevanza per le implicazioni in ambito riproduttivo.

La vagina è un organo atto a secernere, facilmente aggredibile da fattori che ne possono alterare l’integrità e determinare l’instaurarsi di condizioni patologiche. In condizioni fisiologiche il microambiente vaginale si trova in uno stato di equilibrio dinamico in cui l’assetto ormonale, il pH e la risposta immunitaria costituiscono i principali meccanismi di controllo.

I lattobacilli fungono da regolatori dell’ecosistema vaginali concorrendo alla costituzione di un ambiente vaginale ostile sia alla colonizzazione da parte di microorganismi esogeni sia alla crescita incontrollata di specie batteriche endogene potenzialmente dannose. La caratteristica peculiare della flora lattobacillare è l’attività metabolica mediante la quale, utilizzando il glicogeno di origine epiteliale come substrato, viene prodotto acido lattico che permette di mantenere l’acidità vaginale. Il pH sembra essere il principale meccanismo di difesa contro le infezioni. Il pH vaginale normale è compreso tra 3,8 e 4,5. Questo intervallo così stretto limita moltissimo le specie microbiche in grado di proliferare a livello vaginale.

Le vaginiti riconoscono cause infettive e non infettive. Dai dati italiani provenienti dalle Rete di Sorveglianza Nazionale delle malattie a trasmissione sessuale relativi agli anni 1991-2002 su 60.723 casi si evince che le vaginiti batteriche rappresentano in termini di frequenza la seconda patologia registrata dopo i condilomi acuminati e che il loro andamento è costantemente in crescita e che tra le forme batteriche la vaginosi batterica si contende il primato con le infezioni da Candida.

La vaginosi batterica presenta natura polimicrobica e riflette un radicale sovvertimento dell’ecosistema vaginale con alterazioni in termini quantitativi di specie microbiche abitualmente presenti in vagina. Si ha una marcata riduzione o assenza totale della popolazione lattobacillare. Questo comporta la perdita dei meccanismi di difesa che abbiamo già visto (pH acido) con progressivo aumento della carica di Gardnerella vaginalis. Il ruolo della trasmissione sessuale della vaginosi batterica è ancora in discussione. Essa non è esclusivamente trasmessa attraverso i rapporti sessuali ma essi potrebbero avere un ruolo nella rottura dell’equilibrio microbiologico vaginale. E’ più frequente in pazienti con polipartnerismo ma è possibile ritrovarla anche nelle vergini. Sono state correlate alla vaginosi batterica numerose patologie ginecologiche e ostetriche.

Le infezioni da Candida costituiscono la seconda causa di vaginiti in donne in età fertile. L’isolamento di specie di Candida dalla vagina di donne sane è un rilievo molto frequente (circa il 25% di queste pazienti), tanto che vengono considerate un abitante normale della flora vaginale. Chiaramente il punto cruciale è la comprensione di quei meccanismi che sono alla base del passaggio dalla forma di commensali alle forme patogene.

Non è possibile avere un quadro epidemiologico certo perché la self-diagnosis e il self-treatment sono frequentissimi. L’unico dato certo è che sono in aumento. Il più frequente patogeno implicato nella VVC è la Candida albicans, che risulta responsabile di circa il 75% delle infezioni vaginali micotiche. Nel rimanente 25% gli agenti eziologici coinvolti sono generalmente la Candida glabrata e tropicalis e sono in aumento soprattutto nelle forme ricorrenti. Il sintomo prevalente è il prurito vulvare, cui possono associarsi bruciore e dolore nei rapporti sessuali. La vulva si presenta di solito arrossata e edematosa, l’eritema può estendersi all’area perineale e possono essere presenti fissurazioni cutanee e escoriazioni da grattamento. La mucosa vaginale appare arrossata, vi sono perdite vaginali bianche, dense, non maleodoranti. Il pH vaginale di norma risulta inferiore a 4,5. La vaginite da Candida viene divisa in forme non complicate e complicate.

Per vaginiti aerobea si intendono infezioni vaginali a eziologia batterica che non trovano rispondenza nei criteri di definizione delle vaginosi batteriche e che ammonterebbero a circa il 10% del totale dei casi di vaginite diagnosticati annualmente. In questi casi si evidenziano batteri e microorganismi provenienti dal serbatoio intestinale in quantità insolita. Nella eziologia di queste vaginiti è ipotizzabile svolgano un ruolo certi dismicrobismi intestinali potenzialmente responsabili di colonizzazione vestibolare persistente, abitudini igieniche non corrette.

Le Chlamydiae sono batteri Gram-negativi, parassiti intracellulari obbligati e, mancando dei sistemi di replicazione degli acidi nucleici, necessitano delle cellule eucariotiche per potersi replicare. Le Chlamydiae sono in grado di infettare uomini ed animali e sono responsabili di infezioni che tendono alla cronicizzazione e a dare reliquati anche gravi. Il maggior numero di nuovi casi di Chlamydia cervicale ed uretrale interessa giovani donne sessualmente attive per le quali sarebbe auspicabile l’adozione di un metodo di screening preciso ed affidabile. La caratteristica principale dell’infezione da Chlamydia è l’asintomaticità. La prima localizzazione nella donna è nella cervice uterina e più precisamente nell’epitelio endocervicale. L’osservazione più frequente all’esame clinico è quella di una cervicite mucopurulenta o di un facile sanguinamento o di un edema dell’epitelio cilindrico endocervicale. Le pazienti con queste infezioni sono a rischio per lo sviluppo di una endometrite o di una PID. La diagnosi oltre che con colture viene effettuata in immunofluorescenza diretta su prelievo cervicale e uretrale.

Nel nostro ambulatorio di ginecologia vengono studiate dal punto di vista microbiologico anche le partners di maschi con prostatite cronica di tipo infiammatorio e non. Su 435 casi di pazienti di età media di 49,5 anni affetti da prostatite cronica a varia eziologia sono state sottoposte a tampone vaginale e uretrale le partner dei soggetti positivi. I nostri casi manifestano correlazioni interessanti, soprattutto per gli agenti riferiti, quali Chlamydia, Streptococco Beta emolitico del Gr.B, e Ureoplasma Urealiticum, ma certamente sarà interessante proseguire questa ricerca aumentandone la casistica anche per suffragare i dati ottenuti in mancanza di studi precedenti.
 
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