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Diffusione della malattia e impatto sulla qualità della vita

Inviato il 06/11/04 ore 22:11 da aispep
Classificazione ed epidemiologia
E' di assoluta importanza sfatare subito una delle più grosse leggende propagate dalla comunità urologica internazionale fino a pochi anni fa, e cioè che la prostatite cronica non sia una patologia di primaria importanza, sia per quanto concerne la diffusione sia per quanto riguarda l'impatto che essa determina sulla qualità di vita dei pazienti. Infatti la realtà che lentamente sta venendo alla luce dimostra che la prostatite è una patologia molto comune e con sintomi fortemente invalidanti. Un accurato studio epidemiologico non solo dà indicazioni statistiche sulla diffusione della malattia, ma può inoltre fornire un importante strumento per la comprensione delle cause della patologia. Fattori ambientali, comportamentali o genetici individuati durante tali studi possono dare indicazioni su potenziali rischi ed aiutare la messa a punto di terapie efficaci.

Purtroppo negli anni passati la mancanza di un idoneo strumento di classificazione delle sindromi prostatiche e lo scarso interesse rivolto verso questa patologia non consentiva uno studio scientifico sulla sua reale diffusione. Tuttavia Thomas Stamey già negli anni '70 metteva in luce che più del 25% degli uomini manifestava durante il corso della propria vita sintomi riconducibili ad una prostatite. Nel 1985 un'indagine effettuata negli Stati Uniti dimostrò che le visite urologiche per le prostatiti erano superiori a quelle per l'ipertrofia prostatica e per il cancro alla prostata. La prostatite oggi risulta la più frequente patologia urologica diagnosticata negli uomini al di sotto dei 50 anni e la terza patologia negli uomini al di sopra dei 50 anni.

La scarsità di dati sulla prevalenza (percentuale di persone affette da prostatite in un dato momento) e l'incidenza (percentuale della manifestazione di nuovi casi) delle sindromi prostatiche rende difficile stabilire se i dati americani possono essere generalizzati alle altre aree geografiche. Alcuni dati pubblicati tra il 1995 ed il 1998 sono basati su diagnosi effettuate da medici di base e da urologi senza un appropriato criterio di classificazione, e soltanto pochi studi effettuati negli ultimi anni hanno utilizzato il Chronic Pelvic Pain Symptom Index messo a punto dal National Institute of Health (NIH-CPPSI), stabilendo con cura e precisione che i soggetti analizzati rientrassero nei parametri stabiliti per i malati di sindromi prostatiche. Nella tabella che segue si riportano i risultati delle più recenti ricerche sulla diffusione dei sintomi prostatici in diverse popolazioni:

Autore Nazione e tipo di campione Metodo Risultato
Moon et al., 1997 US, 184 National Guard Troops Studio non convalidato Prevalenza: 5%
Roberts et al., 1998 US, 2115 residenti selezionati random,
età 40-79
Studio non convalidato Prevalenza: 9%
Collins et al., 1998 US, 58955 visite di medici di base,
età > 18 anni
Sondaggio del National Ambulatory Medical Care Prevalenza: 9
Mehik et al., 2000 Finlandia, 1832 residenti selezionati random Studio non convalidato Prevalenza: 14,2%
Nickel et al., 2001 Canada, 868 uomini,
età 20-74
NIH-CPSI: dolore eiaculatorio,
score > di 4
Prevalenza: 9,7%
Tan et al., 2001 Singapore, 845 uomini,
età 21-70
NIH-CPSI: dolore pelvico, sintomi urinari ed impatto su qualità di vita Prevalenza: 2,5%
Roberts et al., 2002 US, 1541 residenti selezionati random,
età 40-79
NIH-CPSI: sintomi prostatici Prevalenza: 2%
Collins 2002 US, 31681 Health care professionals Intervista Prevalenza: 16%
Cheah et al., 2003 Malesia, 3147 uomini,
età 20-50
NIH-CPSI: sintomi da almeno tre mesi Prevalenza: 8,7%
Rizzo et al., 2003 Italia, visite specialistiche su 8503 pazienti,
età media 47 anni
NIH-CPSI Prevalenza: 12,7%

Come si può osservare, nonostante i diversi criteri adottati nella scelta del campione e del metodo di valutazione, la prevalenza della prostatite cronica è tutt'altro che trascurabile, oscillando a seconda degli studi da un minimo del 2% ad un massimo del 16%. La presenza di sintomi simili in patologie come la cistite interstiziale o l'ipertrofia prostatica benigna può in alcuni casi provocare dei sensibili errori nella quantificazione dei casi di prostatite. Per poter stabilire con maggiore certezza la reale diffusione della malattia sarà opportuno che l'intera comunità urologica si doti di un unico criterio di classificazione in modo da poter comparare i dati ottenuti dai ricercatori sulle diverse popolazioni. Risulta comunque evidente che i medici non possono continuare ad ignorare l'esistenza di questa patologia.

Un altro aspetto fortemente sottovalutato dalla comunità urologica è il forte abbassamento della qualità di vita determinato dai sintomi prostatici, con un impatto sia fisico che psicologico. L'impatto che le sindromi prostatiche determinano sulla qualità di vita dei pazienti è stato per la prima volta esaminato mediante il Sickness Impact Profile (ideato da Gilson e Bergner nel 1976 e modificato nel 1981), uno strumento ampiamente utilizzato per la valutazione dello stato di salute dei malati di diverse patologie. Utilizzando tale questionario un recente studio ha dimostrato che il punteggio ottenuto da pazienti affetti da sindromi prostatiche è analogo al punteggio registrato da persone che hanno subito un infarto, che soffrono di angina o sono affetti dalla malattia di Crohn. Analoghi risultati furono ottenuti in uno studio condotto dal NIH/NIDDK (National Institute of Health/National Institute of Diabetes and Digestive Kidney Diseases) dove l'impatto sulla salute mentale dei sintomi prostatici risultò addirittura superiore a quello esercitato dalla patologia diabetica.

Consci dell'importanza di questo problema, gli studiosi che hanno messo a punto il moderno sistema di classificazione delle prostatiti (classificazione NIH) hanno sentito la necessità di formulare un questionario che comprendesse anche domande sulla qualità di vita e non solo una descrizione del tipo e/o dell'intensità dei sintomi. Il paziente infatti deve rispondere alle seguenti tre domande:

  • Durante l'ultima settimana, quanto i tuoi sintomi ti hanno impedito di svolgere le tue normali attività?
  • Durante l'ultima settimana, quanto tempo hai pensato ai tuoi sintomi?
  • Come ti sentiresti se dovessi trascorrere l'intera vita con i sintomi che hai avvertito durante l'ultima settimana?

    Queste tre semplici domande, con un punteggio variabile da 0 a 12 al crescere dell'impatto, consentono una prima valutazione della qualità di vita del paziente. La compilazione del questionario eseguita al momento della prima visita consentirà al medico di poter valutare a distanza di un certo tempo se la terapia adottata ha fornito benefici oppure no, obiettivo principale nel trattamento delle sindromi prostatiche. Infatti, poiché la prostatite cronica è una patologia che solo in rarissimi casi mette in pericolo la vita del paziente, il fine deve essere non il prolungamento della vita, bensì il miglioramento della qualità della stessa.

    Purtroppo lo stato di transitoria e talvolta stabile condizione di invalidità provoca non pochi problemi alla sfera psicologica/comportamentale. Riteniamo molto importante mettere in guardia i malati di sindromi prostatiche da un pericolo sempre in agguato: la depressione. Diversi studi hanno chiaramente dimostrato che la prostatite cronica è spesso associata a sintomi depressivi e difficoltà nelle relazioni interpersonali, in particolar modo in quelle più intime. Non è ancora chiaro se la prostatite cronica provochi la depressione o se la depressione, come altre patologie psichiatriche, possa portare ad un peggioramento dei sintomi prostatici. Sarà comunque opportuno che i prossimi studi sull'eziologia delle sindromi prostatiche tengano in stretta considerazione questa forte correlazione, mantenendo sempre ben chiaro che il malato di "sindrome dolorosa del plesso pelvico" non è comunque un malato immaginario.
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